Quanto costano le more… ( o delle impareggiabili virtù della timidezza)



Erano dei giorni strani. Giorni che ciclicamente tornavano.

Giorni zuppi di alcool nei quali intingere i ricordi che martellavano il cervello incessantemente. Una folle cassa rullante che gli annebbiava la vista, a tratti e che di sicuro annebbiava i suoi orizzonti.

Confusi, imperscrutabili.

Stava attraversando il lungo viale alberato che circondava il centro quando venne attratto da un modesto ombrellone bianco e dai quattro scalcinati tavolini di metallo ad esso sottostanti.

Non si risparmiava mai quando c’era da mettere nello stomaco qualche goccio d’alcool e pazienza se l’afa lo faceva boccheggiare e le sigarette iniziavano a diminuire drasticamente dal quel pacchetto sempre troppo largo che ogni tanto gli cadeva dalla tasca dei pantaloni.

Il solito ritrovo di anime perse, tanto quanto lui pensava.
Un rifugio antiatomico creato per ripararsi da una bomba già esplosa.
Un luogo di ritrovo in caso di disastro. Disastro già avvenuto visto il numero corposo di avventori.

Pensò fosse il luogo ideale in cui perdersi per qualche ora.
“Un caffè, grazie”. Beveva il vuoto più che il contenuto della tazzina.
Non si soffermava mai ad osservare gli interni del locale, o meglio lo faceva, ma con quell’espressione vuota e priva di entusiasmo tipica degli architetti di fronte al progetto di una lavanderia a gettoni.

Scandagliò l’interno delle tasche alla ricerca dell’accendino. Si accese una delle sue lunghe sigarette, voltando le spalle all’ingresso.

Fu in quel preciso istante che la vide.
Bella, ma di una bellezza diversa. Malinconica.
Un’imperatrice in lutto.

L’impatto fu devastante, tanto che il suo proverbiale rituale di inumidire il filtro non gli riuscì, tanto secche erano diventate le sue labbra.
Lei guardava tutti di traverso. Occhi bassi e movimenti involontariamente suadenti.
La visione lo intorpidì catapultandolo in uno stato catatonico che lo paralizzò bloccandogli un singulto.

Devo bere pensò. Così fece.

Dicono che nelle situazioni di pericolo, il pensiero degli uomini vada inconsciamente a posarsi sull’elemento capace di infondergli il più alto grado di protezione. Pare si pensi alla madre.
A me si manifestò una bottiglia di Wild Turkey. Ma questa è tutta un’altra storia.
Continuava a fissarla imperterrito.
Ogni singolo movimento che lei effettuava da dietro al bancone. Era piombato in una dimensione parallela nella quale il banco del bar gli sembrava la hall di un grande albergo e lei possedeva la chiave di tutte le stanze.
L’aria pareva irrespirabile. I vestiti ormai madidi di sudore gli si incollavano addosso e sebbene portasse solo una maglia ma si sarebbe scuoiato vivo tanto stava soffrendo.
Ingollò con disinvoltura il secondo bicchiere. La cornice intorno a lui iniziava ad infastidirlo. Gli schiamazzi erano diventati urla di corvi impazziti, la musica una marcia funebre implacabile, anche il rumore dei telefoni si faceva pressante.

Eppure pareva essere l’unico in quello stato là dentro. Ridevano. Ridevano talmente tanto che le loro smorfie di felicità ,mutilavano a tal punto i loro lineamenti, dal sembrare di essere ospite di un carro carnevalesco di pessimo gusto.

Timidezza. Timidezza atavica, sua fiera compagna di viaggio che mille e mille volte ancora lo aveva rovinato, paralizzandolo, ma alla quale ormai era abituato a tal punto dall’avergli persino dato un nome, a mò di amico immaginario.
Eppure sentiva di dover fare qualcosa. Qualcosa che per qualunque altro uomo sarebbe stato di una naturalezza estrema ma che a lui pesava quanto salire su un altare in chiesa e bestemmiare durante l’eucarestia.

Finì in un sorso quanto era rimasto in fondo al bicchiere, ghiaccio più che altro e con tutto il coraggio che non aveva mai avuto si fece strada verso il bancone.
Il tragitto, mediamente percorribile in cinque secondi scarsi, lievitò a tal punto nella sua percezione che gli sembrò di essere uno di quei rivoluzionari francesi pronti all’impiccagione in nome della libertà.

Ma no. Non era decisamente alla Bastiglia e non indossava affatto pantaloni a sbruffo.
Era quasi arrivato, la stava fissando negli occhi, quando avvertì una leggera pressione alle sue spalle. Come i rallenty delle gare di corsa, fu scalzato al traguardo con un rapido movimento di anche da un miserabile ragazzino che si frappose tra lui e la sua personalissima meta.

“Ciao bella” , le disse “non sai che giornata oggi..”.
Lui fece finta di niente, non arrestò nemmeno il passo e come se nulla fosse mai accaduto, passò oltre, violaceo in volto e rovente sotto gli abiti.
Varcò la porta dei servizi e raggiunse il lavabo.
Si fissò allo specchio intensamente, si sciacquò il viso e i polsi.
Che idiota pensava. Aveva sempre fatto bene a non tentare nemmeno.
Quasi si vergognò ad uscire dal bagno ma lo fece percorrendo stavolta rapidamente il piccolo corridoio che lo divideva dall’uscita.

“Allora, sono 3 whiskey, 1 caffè e 2 birre; fanno 20 euro”
Estraendo il portafoglio pensò che aveva perso quindici euro, un’ora della sua vita e quel poco di dignità che conservava gelosamente.

Quanto costano le more..
Era l’ultima volta si ripeteva a mò di adagio tra sé e sé.
Le bionde forse costavano di meno ghignò, estraendone una dal pacchetto.
La accese e si rituffò lungo il viale alberato.

La cassa continuava a rullare ma era fiducioso che il whiskey avrebbe fatto il suo lavoro.
In un modo o nell’altro.

Prima o poi..