I tergicristalli stentavano ormai da tempo e la
polvere, vorticando in mulinelli impazziti, andava ad appiccicarsi sul vetro
anteriore ormai sudicio.
Girò le chiavi e spense il quadro.
Mi piaceva sentire il rumore della ventola di raffreddamento che continuava, incessante nel suo moto, a ruggire contro l’aria bollente.
Me ne stavo lì, immobile, ad immaginare di essere su uno shuttle pronto alla partenza.
Girò le chiavi e spense il quadro.
Mi piaceva sentire il rumore della ventola di raffreddamento che continuava, incessante nel suo moto, a ruggire contro l’aria bollente.
Me ne stavo lì, immobile, ad immaginare di essere su uno shuttle pronto alla partenza.
«Arrivo subito» disse, spezzando quell'incanto.
Lo vidi consumarla appoggiato al bagagliaio un poco ammaccato.
Il sole bruciava arroventando i finestrini e portando a galla, ancora una volta, quell'odore di tessuto consumato che ancora oggi, a volte, nelle giornate più calde, mi pare di sentire.
Boccata dopo boccata , anelli di fumo trasparenti e densi si perdevano in quel crepuscolo di fine agosto .
Non risparmiò nemmeno il filtro.
«Era l'ultima» esclamò, senza nemmeno voltarsi.
Poi rientrò. Si risedette, poggió le mani sul volante un pò cotto e rigirò la chiave.
Il motore fece i suoi usuali due o tre colpi di tosse e si accese.
«Copilota , pronto al decollo?»
«Si, papà!»
«Torre di controllo , Y10 chiede autorizzazione al lancio.»
«Autorizzazione confermata!» risposi.
Fu così che ripartimmo.
Fu così che ripartimmo.
Io, lui e il nostro piccolo shuttle impolverato colore
blu.
Senza nemmeno una bionda.