Senza nemmeno una bionda



I tergicristalli stentavano ormai da tempo e la polvere, vorticando in mulinelli impazziti, andava ad appiccicarsi sul vetro anteriore ormai sudicio.

Girò le chiavi e spense il quadro.

Mi piaceva sentire il rumore della ventola di raffreddamento che continuava, incessante nel suo moto, a ruggire contro l’aria bollente.

Me ne stavo lì, immobile, ad immaginare di essere su uno shuttle pronto alla partenza.

«Arrivo subito» disse, spezzando quell'incanto.

Lo vidi consumarla appoggiato al bagagliaio un poco ammaccato.

Il sole bruciava arroventando i finestrini e portando a galla, ancora una volta, quell'odore di tessuto consumato che ancora oggi, a volte, nelle giornate più calde, mi pare di sentire.

Boccata dopo boccata , anelli di fumo trasparenti e densi si perdevano in quel crepuscolo di fine agosto .

Non risparmiò nemmeno il filtro.

«Era l'ultima» esclamò, senza nemmeno voltarsi.

Poi rientrò. Si risedette, poggió le mani sul volante un pò cotto e rigirò la chiave.

Il motore fece i suoi usuali due o tre colpi di tosse e si accese.

«Copilota , pronto al decollo?»

«Si, papà!»

«Torre di controllo , Y10 chiede autorizzazione al lancio.»

«Autorizzazione confermata!» risposi.

Fu così che ripartimmo.

Io, lui e il nostro piccolo shuttle impolverato colore blu.

Senza nemmeno una bionda.
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L’uomo che non voleva più se stesso




Si guardò allo specchio e si vide terribilmente invecchiato

Fece scorrere la mano lungo la ruga che gli sovrastava la fronte andando a solcare
quella che un tempo era una pianura liscissima.

Si scrutò a lungo, sgranò gli occhi, si commosse.
Perché piango?
Non c'è ne motivo. Sono felice, no?
No.

Non era felice, era triste, tristissimo.
Si tirò indietro i capelli scoprendo qualche radice biancastra tra un vecchio nero corvino.
Un'altra lacrima.

Guardò oltre il vetro della finestra del bagno.
Il buio dell'alba era ancor più nero di quello della notte.
Era più pesante perché sapeva che un altro giorno aveva inizio.

No, non ce l'avrebbe fatta...

Estrasse tutti i medicinali dal mobiletto e si sedette sul bordo della vasca. Sospirò a lungo..
Si studiò le mani, venose, segnate anch'esse dal trascorrere del tempo.
Dondolò la testa quasi volesse negare se stesso..

Prese la prima pillola a secco, si lasciò molle sul marmo bianco, la testa leggera.
In mano la seconda goccia verso il buio.

Poi ad un tratto una  voce: "papà farò tardi a scuola perché non esci?"

Gettò a terra il  confetto bianco e si levò dal torpore: "arrivo tesoro,arrivo"
Evitò lo specchio e uscì dalla porta.

Non si cresce senza camino




Un singolo ciuffo di capelli le copriva gli occhi di un colore verde spento.

Melliflua,tormentava con un ferroso cucchiaino il contenuto di un modesta tazza contenente cappuccino in un anonimo bar di periferia.

Lo aspettava ormai da più di due ore.
Era entrata con vivo sentimento,ardeva all'idea di quell'incontro..
Poi via via scemando,l'ardore aveva fatto posto alla delusione,all'onesta consapevolezza che non sarebbe più arrivato, che ancora una volta aveva preferito lei,...l'altra.

Raccolse la borsetta e lo striminzito capottino,pagò desolata e un poco vergognosa il barista,e uscì.
L'aria gelata la trafisse.

Gli addobbi natalizi la rendevano ancor più triste e sola,le ricordavano quando da bambina aspettava che arrivasse babbo natale rimanendo sveglia tutta la notte invana..
Babbo Natale per lei non arrivava mai,i suoi genitori,per non farle intendere lo stato di povertà in cui versavano le dicevano "Babbo Natale va solo da chi ha il camino".."lo faremo anche noi...l'anno prossimo.."..
Lei anche se sapeva che non l'avrebbero mai fatto,ci sperava un poco,così,
per alleviare la delusione.

Ora era grande.

A passi esasperatamente lenti si diresse verso casa sua,varcò il portone e prese le scale.
Scalino dopo scalino prendeva corpo in Lei l'idea di essere terribilmente sola,i profumi dei cibi preparati per le feste le penetravano il cuore,il vociare udito dalle porte e le strenne affisse sui pianerottoli rappresentavano quello che aveva voluto da bambina e che forse voleva ancor più ora.

Girò la chiave nella toppa e si fece inghiottire dal buio dell'ingresso.

Nessun odore.
Nessun rumore.
Nessuno.

Aprì il frigorifero,prese il cartone del latte esaurito,e ne versò ciò che ne rimaneva in una tazzina di caffè.

Si gettò sul divano,avvilita fissando il vuoto.

Poi d'un tratto un suono squarciò il silenzio.

Al telefono,l'amica le disse le solite cose "vedrai che adesso ti chiamerà"-"avrà avuto un contrattempo"-"non ti buttare giù tanto verrà da te"
Sapeva che non sarebbe mai tornato da Lei,gliel'aveva anche detto "è meglio se tronchiamo,ho una famiglia,non posso più"
Però,non voleva accettarlo,pensava,"verrà,tornerà da me.."

Ma lei non aveva il camino,forse l'avrebbe avuto...forse,
Magari l'anno prossimo.

Sushi grave o della tragica sinergia tra il porno e il wok cinogiapponese



Sono un tipo vorace.
In tutto.

Quando mangio non ho un fondo e più l’offerta è varia più mi avvicino a quello che un critico gastronomico potrebbe definire un orgasmo culinario.
Quando pratico autoerotismo non ho un limite e più l’offerta è varia più mi avvicino a quello che un critico cinematografico potrebbe definire un orgasmo di “genere”.

Oggi piove e io quando piove non riesco a fare nulla.

Ho superato la meteoropatia, l’ho surclassata, me la sono ingollata e l’ho portata ai suoi effetti più estremi e devastanti.

Quando piove io non esisto.

Mi trascino mollemente tra un pranzo a buon mercato e un video porno.
Cammino entrando di proposito nelle pozzanghere e rido.
Fumo. Non so dove andare.

Oggi non ho concluso nulla. L’atto fisico più impegnativo compiuto fino ad ora è stato masturbarmi davanti ad un video di Sasha Grey.
Non mi piace nemmeno, ma piove e io non ho voglia di fare niente, mi va bene tutto ed è andata così.

Cammino ancora e vedo l’insegna fetida di uno di quei subdoli eat as you can cino-giapponesi.
Non ho nemmeno voglia di esprimere il mio dissenso verso l’accostamento idiota tra le due culture.
Ragiono come tutti oggi. Hanno gli occhi a mandorla. Tanto basta.

Entro, respiro aria dolciastra fritta.
Supero il conato.
Mi siedo.
 
Quando mangio non ho un fondo.
L’offerta è varia.
Lascio che il rullo scelga per me e ingoio.
Di tutto.
Come Sasha Grey.
Piove, quando piove non faccio niente.
Non penso a niente.
Sono seduto al tavolo da solo.
La scena mi provoca pietà autoindotta.
Me ne frego e mangio.
Non vedo il fondo.

Cristo, cosa sono diventato.
 
Sono al centro di una gangbang alimentare e mi piace.
Mi guardo nello specchio di fronte.
E’ appannato dal vapore della cucina.
Intravedo la mia espressione compiaciuta come quella delle attrici hard che guardano in camera.
Sento una fitta al cuore.
 
Oggi piove e non ho voglia di fare niente nemmeno di urlare.

E’ il fondo.
E’ la fine.
Sono impietrito. La mia smorfia è paralizzata come quella delle attrici nei video quando si blocca la barra del caricamento.
Sono in buffering.
Come Sasha Grey.
Sono morto.
Merda.
Piove e non avevo voglia di fare niente.
Nemmeno di mangiare giapponese e poi morire.

Crollo. La mia bara è la barca del Sashimi.
 
Sushi Grave.

Sono per terra, esanime.
Come lei.
Sasha Grey.

Quanto costano le more… ( o delle impareggiabili virtù della timidezza)



Erano dei giorni strani. Giorni che ciclicamente tornavano.

Giorni zuppi di alcool nei quali intingere i ricordi che martellavano il cervello incessantemente. Una folle cassa rullante che gli annebbiava la vista, a tratti e che di sicuro annebbiava i suoi orizzonti.

Confusi, imperscrutabili.

Stava attraversando il lungo viale alberato che circondava il centro quando venne attratto da un modesto ombrellone bianco e dai quattro scalcinati tavolini di metallo ad esso sottostanti.

Non si risparmiava mai quando c’era da mettere nello stomaco qualche goccio d’alcool e pazienza se l’afa lo faceva boccheggiare e le sigarette iniziavano a diminuire drasticamente dal quel pacchetto sempre troppo largo che ogni tanto gli cadeva dalla tasca dei pantaloni.

Il solito ritrovo di anime perse, tanto quanto lui pensava.
Un rifugio antiatomico creato per ripararsi da una bomba già esplosa.
Un luogo di ritrovo in caso di disastro. Disastro già avvenuto visto il numero corposo di avventori.

Pensò fosse il luogo ideale in cui perdersi per qualche ora.
“Un caffè, grazie”. Beveva il vuoto più che il contenuto della tazzina.
Non si soffermava mai ad osservare gli interni del locale, o meglio lo faceva, ma con quell’espressione vuota e priva di entusiasmo tipica degli architetti di fronte al progetto di una lavanderia a gettoni.

Scandagliò l’interno delle tasche alla ricerca dell’accendino. Si accese una delle sue lunghe sigarette, voltando le spalle all’ingresso.

Fu in quel preciso istante che la vide.
Bella, ma di una bellezza diversa. Malinconica.
Un’imperatrice in lutto.

L’impatto fu devastante, tanto che il suo proverbiale rituale di inumidire il filtro non gli riuscì, tanto secche erano diventate le sue labbra.
Lei guardava tutti di traverso. Occhi bassi e movimenti involontariamente suadenti.
La visione lo intorpidì catapultandolo in uno stato catatonico che lo paralizzò bloccandogli un singulto.

Devo bere pensò. Così fece.

Dicono che nelle situazioni di pericolo, il pensiero degli uomini vada inconsciamente a posarsi sull’elemento capace di infondergli il più alto grado di protezione. Pare si pensi alla madre.
A me si manifestò una bottiglia di Wild Turkey. Ma questa è tutta un’altra storia.
Continuava a fissarla imperterrito.
Ogni singolo movimento che lei effettuava da dietro al bancone. Era piombato in una dimensione parallela nella quale il banco del bar gli sembrava la hall di un grande albergo e lei possedeva la chiave di tutte le stanze.
L’aria pareva irrespirabile. I vestiti ormai madidi di sudore gli si incollavano addosso e sebbene portasse solo una maglia ma si sarebbe scuoiato vivo tanto stava soffrendo.
Ingollò con disinvoltura il secondo bicchiere. La cornice intorno a lui iniziava ad infastidirlo. Gli schiamazzi erano diventati urla di corvi impazziti, la musica una marcia funebre implacabile, anche il rumore dei telefoni si faceva pressante.

Eppure pareva essere l’unico in quello stato là dentro. Ridevano. Ridevano talmente tanto che le loro smorfie di felicità ,mutilavano a tal punto i loro lineamenti, dal sembrare di essere ospite di un carro carnevalesco di pessimo gusto.

Timidezza. Timidezza atavica, sua fiera compagna di viaggio che mille e mille volte ancora lo aveva rovinato, paralizzandolo, ma alla quale ormai era abituato a tal punto dall’avergli persino dato un nome, a mò di amico immaginario.
Eppure sentiva di dover fare qualcosa. Qualcosa che per qualunque altro uomo sarebbe stato di una naturalezza estrema ma che a lui pesava quanto salire su un altare in chiesa e bestemmiare durante l’eucarestia.

Finì in un sorso quanto era rimasto in fondo al bicchiere, ghiaccio più che altro e con tutto il coraggio che non aveva mai avuto si fece strada verso il bancone.
Il tragitto, mediamente percorribile in cinque secondi scarsi, lievitò a tal punto nella sua percezione che gli sembrò di essere uno di quei rivoluzionari francesi pronti all’impiccagione in nome della libertà.

Ma no. Non era decisamente alla Bastiglia e non indossava affatto pantaloni a sbruffo.
Era quasi arrivato, la stava fissando negli occhi, quando avvertì una leggera pressione alle sue spalle. Come i rallenty delle gare di corsa, fu scalzato al traguardo con un rapido movimento di anche da un miserabile ragazzino che si frappose tra lui e la sua personalissima meta.

“Ciao bella” , le disse “non sai che giornata oggi..”.
Lui fece finta di niente, non arrestò nemmeno il passo e come se nulla fosse mai accaduto, passò oltre, violaceo in volto e rovente sotto gli abiti.
Varcò la porta dei servizi e raggiunse il lavabo.
Si fissò allo specchio intensamente, si sciacquò il viso e i polsi.
Che idiota pensava. Aveva sempre fatto bene a non tentare nemmeno.
Quasi si vergognò ad uscire dal bagno ma lo fece percorrendo stavolta rapidamente il piccolo corridoio che lo divideva dall’uscita.

“Allora, sono 3 whiskey, 1 caffè e 2 birre; fanno 20 euro”
Estraendo il portafoglio pensò che aveva perso quindici euro, un’ora della sua vita e quel poco di dignità che conservava gelosamente.

Quanto costano le more..
Era l’ultima volta si ripeteva a mò di adagio tra sé e sé.
Le bionde forse costavano di meno ghignò, estraendone una dal pacchetto.
La accese e si rituffò lungo il viale alberato.

La cassa continuava a rullare ma era fiducioso che il whiskey avrebbe fatto il suo lavoro.
In un modo o nell’altro.

Prima o poi..